Leggere per capire

Il lavoro è un problema per le persone disabili

 

Se si considerano i dati occupazionali forniti periodicamente dall'ISTAT, è indubbio che per un giovane la prospettiva lavorativa appaia carica di problematicità.

In questi ultimi anni, la disoccupazione si è attestata intorno ad una media di poco inferiore al 12%, seppur con fortissime differenze tra le regioni settentrionali e quelle meridionali.
La contrazione dell'occupazione, notoriamente, colpisce le fasce più deboli: giovani, donne, personale con basso grado di specializzazione, lavoratori prossimi al pensionamento. Anche la persona con deficit, per la sua scarsa contrattualità sociale, rientra in questa fascia marginale del mercato del lavoro.

L'avvicinamento del disabile ad un'occupazione è resa problematica anche da una distorta concezione del lavoro. La cultura dell'apparenza, che permea la nostra società, induce a valutare un impiego secondo quanto rende economicamente e in base al prestigio sociale (status) che fornisce.

Ad esempio, in un'ipotetica classifica, oggi si situano in fondo le attività lavorative prettamente manuali: così alcune professioni vengono ritenute preferibili in termini assoluti e non rispetto a capacità ed attitudini dell'individuo.
Secondo tali concezioni il lavoro è essenzialmente merce di scambio che viene monetizzata; è una visione estremamente riduttiva che ha come ultima conseguenza la convinzione che, se fosse possibile, sarebbe meglio non lavorare.

Di fronte agli aspetti problematici del lavoro, non sono pochi i genitori che preferiscono la "garanzia" di una pensione di invalidità piuttosto che il collocamento del figlio disabile.

Pur comprendendo la scelta di alcune famiglie in stato di bisogno, sul piano pedagogico e psicologico l'opzione è inaccettabile e rischiosa; molti casi hanno infatti, mostrato come lo stato di inattività in un adolescente disabile, concluso il periodo di scolarizzazione, conduca inevitabilmente a forme anche accentuate di regressione funzionale. La mancanza di prospettive per il futuro poi può portare ad una demotivazione così profonda da costituire il substrato ottimale per l'insorgenza di nuove patologie di natura nevrotica e non raramente psicotica.
Nella consapevolezza di questo problema, il legislatore ha stabilito che indennità di accompagnamento ed attività lavorativa non siano incompatibili; vi sono infatti, molte ragioni teoriche e pratiche per considerare il lavoro in termini positivi, come vedrete continuando la lettura.

 

 

Una diversa considerazione del lavoratore

 

Numerose sono le innovazioni, anche di ordine concettuale, che sono seguite in questi anni alla riorganizzazione del lavoro secondo le teorie della qualità totale. Superata l'illusione di poter perseguire un modello industriale sempre più robotizzato, con la progressiva eliminazione dei lavoratori dal ciclo produttivo, negli ultimi anni è tornata prepotentemente la centralità della persona nell'organizzazione. Senza "qualità del processo" non vi può essere "qualità del prodotto" ed "il processo lavorativo sta dentro le persone e non nelle carte di un mansionario o di un ciclo di montaggio": si tratta di concetti semplici, ma che hanno rivoluzionato l'organizzazione aziendale, rivalutando il ruolo della persona e ponendo il patrimonio cognitivo, affettivo, sociale, motivazionale del singolo e del gruppo come fattore chiave del successo dell'impresa.

Di conseguenza l'organizzazione del lavoro e le tecnologie di interfaccia cominciano ad essere progettate anche in funzione delle persone. I sistemi di produzione, tanto di beni quanto di servizi, tendono ad assomigliare a "piccole società" in cui vi è spazio per l'autoimprenditorialità e la partecipazione ad una "mission" che si esplicano nella cura dei dettagli e nel sentirsi parte di un risultato finale.

Questa visione porta al superamento dell'opposizione di stampo tayloriano tra quanti sono impiegati in compiti di concetto e quanti sono invece adibiti a mansioni più manuali ed esecutive. Si parla infatti di job enrichment (arricchimento del contenuto del lavoro in senso verticale), in modo che anche l'esecutore si riappropri di certe funzioni di tipo intellettuale, come la programmazione ed il controllo.

L'autorealizzazione della persona attraverso la sua occupazione costituisce, in definitiva, elemento di primaria importanza anche per l'azienda, che ha interesse a promuovere con cura la qualità del lavoro e della convivenza collettiva. E' plausibile pensare che in questa diversa organizzazione, come accadeva nei villaggi agricoli di un tempo, vi sia un ruolo produttivo anche per i più deboli senza perdere di vista gli obiettivi dell'azienda.

 

Oltre gli stereotipi, il lavoro come valore…

 

Le componenti valoriali del fare vengono messe meglio in luce dalla riflessione pedagogica. Partiamo da una disamina del concetto stesso cui facciamo riferimento: cos'è il lavoro?

Nella sua accezione più immediata, il lavoro è un'attività necessaria alla sussistenza. Lavorare per vivere dunque, contro le tentazioni della società consumistica che spinge a vivere per lavorare. Ma si intravede un significato ulteriore: quello del "lavorare per essere in pienezza".
E' la dimensione antropologica del lavoro, che si rifà esplicitamente al personalismo: "l'uomo è essenzialmente artefice, creatore di forme, facitore di opere la natura dell'uomo è l'operare" scriveva Mounier.
A ben pensare, infatti, per molti versi "noi siamo ciò che facciamo", ovvero il lavoro è momento fondamentale nel processo di autorealizzazione. In senso generale, essa si compie "mediante la soddisfazione di potenzialità la cui mancata attuazione implica uno stato di indigenza nel soggetto".

Nella psicologia umanistica, il lavoro viene direttamente correlato con la tensione personale al soddisfacimento di bisogni di grado sempre più elevato sino all'obiettivo finale dell'autorealizzazione personale. Si stabilisce una continuità, a partire dal soddisfacimento dei bisogni fisiologici di sussistenza, attraverso stadi interconnessi e sovrapponibili, quali la acquisizione della sicurezza, l'associarsi con gli altri, il definirsi di una stabile identità sociale, sino a giungere ad "essere ciò che si può essere".
In pratica con l'accesso ad un'occupazione si riconosce a tutti, e quindi anche alla persona con handicap, non solo il diritto alla sopravvivenza, ma anche alla realizzazione di sé.

Queste considerazioni ci introducono a quella che potremo definire la dimensione psicologica del lavoro: esso ha, infatti, una parte fondamentale nel processo di costruzione della propria identità.
Erikson ha chiarito come il problema della definizione dell'identità personale sia il più importante durante l'adolescenza. Il giovane si interroga: "chi sono io? Con questo aspetto, con il mio handicap. Ebbene, l'assunzione di un ruolo lavorativo è contributo spesso decisivo al problema dell'identità, poiché, appunto, io sono quello che faccio.
Non si tratta di una maturazione che avviene in situazioni di isolamento, ma richiede una relazione dialogica con l’altro. E' una condizione che il lavoro può soddisfare: la maggior parte delle professioni infatti comporta l'"essere insieme con qualcuno per fare qualcosa".

La dimensione sociale del lavoro non è un fatto né scontato né facile; Sarchielli parla addirittura di "socializzazione secondaria", riferendosi a quel processo continuo di acquisizione di conoscenze, capacità, valori, motivazioni necessarie per divenire membro a pieno titolo di un'organizzazione lavorativa; essa è un microcosmo culturale, come lo definì Hessen, nel quale vi sono inclusi la complessità dei rapporti umani e sociali che vi si realizzano, una sorta di "lavoro sociale" fatto di relazioni sindacali, di strutture di mutua assistenza ecc.
Da un punto di vista pedagogico, il lavoro va colto dunque come momento fondamentale di integrazione sociale.

 

Il lavoro per la persona disabile

 

L'asserzione "noi siamo quello che facciamo" è tanto più vera in presenza di handicap. "L'importanza dell'attività lavorativa per la persona disabile - scrive Montobbio - è evidente a tutti; infatti il lavoro rappresenta non solo lo strumento essenziale dell'autosufficienza ed il tramite primario della socializzazione, ma anche l'elemento fondamentale della realizzazione di se stessi, della risoluzione delle problematiche dell'autostima e dell'identità.
L'avvio di una attività produttiva, il recupero di una vita in comune, determinano per il giovane disabile le occasioni per un inserimento più generale nel contesto sociale e costituiscono un elemento importante al fine della sua crescita psicologica e relazionale.
Il lavoro rappresenta inoltre la logica conclusione di tutta l'attività di inserimento, socializzazione e riabilitazione svolta nelle età precedenti".

Il lavoro per il disabile ha dunque una valenza educativa globale, che diventa anzi "falsificazione" - in senso popperiano - dell'educazione precedente, decretandone senza appello la bontà o il suo fallimento. In altre parole, se la persona è stata educata secondo un progetto pedagogico volto a potenziare le abilità e la massima autonomia, egli dovrà esser pronto dopo gli anni della scolarità, salvo gravissimi impedimenti di natura organica o funzionale, all'inserimento lavorativo.

Montobbio sottolinea anche la funzione riabilitativa del lavoro poiché opera un'assegnazione di ruolo. Ciascuno di noi abitualmente usa farsi riconoscere nelle relazioni quotidiane mediante i propri estremi anagrafici e/o attraverso la propria professione: il disabile che lavora ha la possibilità di essere identificato per il ruolo che svolge e non unicamente per gli impedimenti che presenta.

In altre parole, "quello che si fa" integra "quello che si è" nei rapporti con gli altri ed il ruolo lavorativo può rappresentare, per un giovane affetto da deficit, un modo prezioso per entrare nel mondo dei grandi riscattando, in tutto o in parte, la propria situazione di handicap. Il ruolo è dunque un grande fattore di mediazione sociale.